Jun 25, 2010

From Paris with Love

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anno: 2009
genere: azione, poliziesco, thriller
regia: pierre morel
attori: john travolta, jonathan rhys meyers
titolo originale: from paris with love

voto: 5


Wow! Trovare Travolta nuovamente sullo schermo e’ sempre interessante, e trovarlo spaccone e perverso e’ anche piacevole. Talvolta. In parte anche questa volta. Un film assurdo nella sua logica e paradossale nelle situazioni riesce comunque ad intrattenere. Non tramite velleita’ artistiche ma con pistole ed esplosivi, si arriva addirittura a riflessioni sul ruolo che le nuove generazioni di immigrati hanno nel contesto sociale odierno. Di fattura piu’ europea che statunitense, il film scorre senza portare lezioni o dettare proclami. E questa parziale superficialita’ colpisce. Ci si culla in un contesto di finzione che rende piacevole la visione della pellicola, intrattenendo con un senso di sarcasmo che mostra situazioni improbabili degne pero’ di essere seguite. Come andando al circo, il piu’ grande show della terra viene mostrato, e poi ognuno e’ libero di andare: nessun intellettuale ci tratterra’ mostrandoci la schema perverso dietro la seconda inquadratura della quinta scena.
Non rimanendo una pietra miliare della cinematografia di inizio secolo, porta calore nei cuori delle famiglie e compiacimento nelle menti degli spettatori. Il buono vince e il cattivo perde alla fine, ma anche qui si rimane sorpresi dalle comunque multiple sfaccettature che ogni personaggio mostra, dagli attriti interni che sgretolano le piu’ solide sicurezze. Tale profondita’ e’ sorprendente in film di questo tipo, e ancora di piu’ lo e’ se si pensa alla quantita’ di scene convulse e veloci che vengono presentate. Merito della sceneggiatura? O del regista? Poche volte si assiste a tanta maestria nello sviluppare un film dove esplosioni e protagonisti vengono incastrati e modellati tanto bene, in cosi’ pochi momenti, in poche inquadrature ed espressioni.
Una magica alchimia e’ nata, non e’ stato creato oro ma pirite… di ottima qualita’, pero’!
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I Gatti Persiani

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anno: 2009
genere: drammatico
regia: bahman ghobadi
attori: hamed behdad, ashkan koshanejad
titolo originale: no one knows about the persian cats

voto: 5


In un Iran molto meno cupo e assai piu’ vivo di quello presentato dai media, un gruppo di ragazzi cerca l’evasione dal regime nella musica. In senso figurato, come espressione non di protesta ma di liberta’. In senso fisico, seguendo l’ambizione di suonare in Europa. Un popolo oppresso cerca fughe nelle piccole soddisfazioni quotidiane, riusendo a vivere con dignita’ e spensieratezza una situazione che piu’ che terrorizzante si riduce ad essere metronomicamente fastidiosa.
Il film scorre rapido e coinvolge. Ma non enfatizza aspetti religiosi o di contrasto, in quanto mira a mostrare la vivacita’ sottesa ad una citta’- Teheran – che la dittatura vorrebbe sterile e grigia. Purtroppo i personaggi sembra veleggino in modo apatico, senza quella profondita’ di emozioni e pensieri che parrebbe debba invece essere patre di un degno svolgimento della trama. Cio’ puo’ anche essere visto come una scelta del regista, mostrando come un regime porti a camminare insensibilmente nella vita, senza meta. Ma per i protagonisti una meta e una fuga sono possibili. Perche’ allora privarli di quell’eccitamento autentico e di quella depressione profonda che li caratterizzerebbero maggiormente? Perche’ incentrare la pellicola su episodi e situazioni invece che sviluppare il senso di disorientamento che una dittatura porta? Cio’ che rimane sono contesti paradossali che non portano ad una vera analisi della situazione.
Forse l’aspettativa per un film iraniano e’ di denuncia, e se la denuncia non e’ piena e netta l’interesse cala. Forse tale aspettativa e’ errata in primo luogo. Ma dunque, togliendo qualunque aspetto sociale dal film, e pensandolo solo come una storia di giovani in un contesto difficile, il moderno Romeo e Giulietta che resta e’ pari ad uno sceneggiato di scarso interesse.
E comunque un netto NO alle clip MTV-style.
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Jun 17, 2010

Robin Hood

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anno: 2010
genere: azione, drammatico, storico, avventura
regia: ridley scott
attori: russell crowe, cate blanchett
titolo originale: robin hood


voto: 4


Robin Hood come soldato individualista, provando inizialmente a scostarsi da trame che non lo toccano, trova la redenzione capeggiando una battaglia contro i Francesi e ritirandosi in un mondo (a misura di Puffo) nelle foreste, perche’ la giustizia del popolo prevalga. L’ultima parte di questa avvincente (!) storia e’ tralasciata, spostando l’attenzione su come l’uomo sia divenuto fuorilegge, sul percorso che lo porta da disilluso soldato a convinto brigante.
Dunque, si pensa a una degna ricostruzione storica e a tutti qui particolari che rendono i film di Ridley Scott qualcosa di molto piu’ ruvido e vivo della solita storia da copertina da mostrare ai bambini. E si pensa male, visto che in tutto il film aleggia una superficialita’ disarmante, tanto da far risultare il film un trailer di se’ stesso. Troppi personaggi non permettono di analizzarne a fondo alcuno, e le ideologie dalle quali scaturirebbero le azioni di Robin Hood e compagnia si basano su un vago senso di giustizia sociale che coinvolge trasversalmente popolino e nobilta’. Bambini che rimandano alle Favelas, battaglie lampo che si risolvono con tempistiche poco credibili, una delle piu’ insipide imboscate notturne completano il quadro.
Non che si dovesse aspettare un capolavoro da questo film, ma se invece che raccontare la vera storia di Robin Hood ci si ritrova con un Braveheart 500km piu’ a Sud, il senso di tutto svanisce. Notevoli le ambientazioni del XII secolo, notevoli anche i primi 15 minuti di pellicola (ecco, forse Ridley Scott ha diretto l’inizio e successivamente ha esternalizzato), scarsa la recitazione di Russel Crowe e di tutti gli altri attori, probabilmente non spinti a dare qualcosa di buono per la vaghezza dei loro personaggi. Costante in questo film il senso di una pellicola per bambini, con parolacce bandite, denti bianchissi e sangue pomodoro, dove il buono vince e il cattivo perde, dove la terra e’ feconda e ospitale ma l’ingordigia di uno rovina la festa a molti.
Se questa e’ la storia dietro la leggenda, per favore ridateci la leggenda.
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Jun 3, 2010

Agora'

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anno: 2009
genere: drammatico, storico, avventura
regia: alejandro amenábar
attori: rachel weisz, max minghella
titolo originale: agora

voto: 4


Finzione o realta’? E’ questa l’incalzante domanda che si ripropone senza sosta durante la visione di Ipazia. Lei, filosofa, ultimo baluardo della ragione in un impero Romano in disfacimento, dove i Cristiani agitano sommosse per imporre un ordine temporale retrogrado, dove la furia iconoclasta e’ una costante e dove le donne vengono considerate streghe rivoluzionarie. Il cattivo e’ Cirillo di Alessandria, Dottore della Chiesa e Santo. Entrambi sono realmente esistiti, e siccome la trama ha pretese storiche, non si capisce come sia stato possibile confezionare una pellicola tanto partigiana quanto becera.
Dalle mai avvenute scoperte di Ipazia; alla assurda caratterizzazione di Cirillo, la quale caratteristica principale sembra sia stata quella di persecutore, non di scrittore e teologo; alla banalizzazione del Cristianesimo quale religione reazionaria e non come rivoluzionario concetto di eguaglianza tra gli uomini (postilla: tutto il film e’ effettivamente impregnato di una qualche nostalgica rivalutazione della schiavitu’, come strumento giusto per valorizzare i colti e punite gli ignoranti, come soluzione all’ordine e alla mancanza di cultura). Questa e’ finzione, quindi. Nulla di sbagliato. Ma che accade se poi il regista la confonde con Fatti per tirarne fuori una rivisitazione storica con fini anti-cristiani? Propaganda, direi.
Si prenda dunque il film come Fiction, sperando che tale punto di vista possa supplire al fastidio di una sconcertante rivisitazione storica.
Grande attenzione e’ stata posta nelle ambientazioni e il lavoro e’ di primordine: miriadi di pullulanti persone e una Alessandria immortalata da vedute aeree –se non orbitali- riescono a calare perfettamente lo spettatore nel luogo e nell’epoca storica. Grande attenzione non e’ stata posta nella sceneggiatura, piena di lezioni di astronomia 101 di dubbia utilita’ e portatrice di personaggi che vorrebbero essere complessi ma non risultano tali vista la pochezza di attori e sceneggiatori. In tutta la pellicola sembra infatti che i protagonisti si dimenino senza mai far capire da che forza siano spinti e motivati, portando come risultato atteggiamenti e situazioni illogiche se non improbabili. Una dubbia combinazione di combattimenti e inquadrature pretenziosamente artistiche porta ad una sorta di non voluta comicita’ che diviene irritante data la lunghezza del film. Lunghezza inutilmente non sfruttata. Non chiaro se voluto o no, sicuramente d’interesse infine il celato confronto visivo tra cerchio (Ruota) e Croce, portatore della separazione tra occidente e oriente, il primo simbolo di raggiunta perfezione umana, femminile, eretico; il secondo simbolo di percorso verso la perfezione divina (non gia’ raggiunta), maschile, ortodosso. Il tema e’ ovviamente non approfondito.
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Apr 24, 2010

Green Zone

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anno: 2009
genere: azione, guerra, spionaggio, thriller
regia: paul greengrass
attori: matt damon, greg kinnear
titolo originale: green zone

voto: 4.5


Quando ancora le armi di distruzione di massa di Saddam non erano mito, il marine Matt Damon si da’ a tale caccia, ovviamente infruttuosa, che lo porta ben presto a scoprire una lotta interna tra dipartimenti statunitensi in Iraq per il futuro comando del paese. E il film di guerra cerca di trovare nuovi nemici –interni- per provare ad emanciparsi dai soliti terroristi, guerriglieri, etc. Un thriller che vorrebbe, senza risultato, trattare piu’ di geopolitica che di guerra cade trappola di quest’ultimo genere e scade in caotici se non incomprensibili combattimenti urbani. Qualunque tipo di indagine sul perche’ degli avvenimenti viene risolto con adrenaliniche e altrettanto inutili sequenze che gettano alle ortiche un tema anche interessante (nel merito: meglio una dittatura che porti la pace o una democrazia con violenti dissidi interni?).
Il problema forse principale della pellicola e’ il non delinearsi chiaramente a finzione o realta’. Pur prospettando temi di denuncia, dalle falsita’ del governo statunitense alle torture ai detenuti in Iraq, un sospetto di fiction aleggia per tutto il film vista la superficialita’ attraverso la quale i protagonisti si muovono e interagiscono gli uni con gli altri: principalmente pallottole. Sicuramente l’intento e’ di intrattenere, ma cio’non giustifica un’approssimativa analisi dei personaggi e delle loro motivazioni, un’inverosimile concatenazione di eventi, una banalizzazione delle situazioni di guerra e dei rapporti tra parti in gioco. Per dare una veritiera descrizione di cio’ che e’ accaduto, e’ sicuramente d’obbligo dimenticarsi frasi ad effetto o inverosimili colpi di scena. Invece il regista pensa, con questa pellicola, di averci spiegato gli intrighi sottesi alla seconda guerra del Golfo, con una banale denuncia che semplifica l’accaduto raccontando unicamente di complotti e falsita’, quando appena 3 mesi fa si sono avute per la seconda volta democratiche elezioni parlamentari.
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Apr 12, 2010

Soul Kitchen

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anno: 2009
genere: commedia
regia: fatih akin
attori: adam bousdoukos, moritz bleibtreu
titolo originale: soul kitchen

voto: 5


Che insoddisfazione un film come Soul Kitchen! Nessuna pretesa, un’ottima idea, uno sviluppo interessante, un sacco di sbocchi e di possibilita’… e poi il nulla. Una seconda parte di film che sembra scritta e diretta da qualcun altro. Un personaggio che potrebbe diventare un’icona viene fatto naufragare in eventi tanto scontati quanto improbabili.
Il proprietario di un ristorante “solo sostanza” inizia un viaggio per dare un’anima alla cucina da lui gestita: nuovi cuochi, nuovi clienti e nuovi acciacchi. Sembra un qualcosa di metafisico l’incontro che lo conduce a farsi affiancare da un arrogante collaboratore nella creazione di un’idea nuova di ristorante. Fratello in carcere e fidanzata a fuso differito sottolineano una realta’ paradossale quanto vera, che riesce inizialmente a svilupparsi in maniera perfetta, intrattenendo, divertendo e addirittura portando alla riflessione. Poi devono essere finiti i soldi o le idee –o entrambi. Perche’ la seconda parte del film cade in situazioni banali e contraddittorie, sembra con il solo intento di allungare la pellicola di un’altra ora. Rovinando quella precedente.
Non e’ sicuramente facile dare il proseguo ad un buon modello. Molti film partono fornendo grandi spunti e deludendo per i finali. Ma cio’ che lascia perplessi in Soul Kitchen e’ che le possibilita’ per creare qualcosa con un’anima erano presenti. Non stiamo parlando di affascinanti intrighi che ricorrono poi a soluzioni inverosimili perche’ troppo intricati. Qui si parla di un’ottima idea gambizzata da un’inspiegabile vena creativa esauritasi a meta’. Tanti film si nutrono e sopravvivono di sensazioni, non di eventi. Perche’ questo no? Perche’ Soul Kitchen deve raccontare una storia di eventi e non lasciare che lo spettatore trovi la sua dimensione indulgendo in sapori e umori?
La cucina dell’anima sembra si sia trasformata in un fast food.
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Shutter Island

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anno: 2009
genere: thriller
regia: martin scorsese
attori: leonardo di caprio, mark ruffalo
titolo originale: shutter island

voto: 7


Un detective insegue un incubo. L’incubo si trova su un’isola. L’isola e’ un gotico inferno celato. Celato nelle menti di tutti i personaggi di un ingabbiante labirinto chiamato realta’.
Il detective alla ricerca di una donna scomparsa, in un’isola manicomio degli anni 50, dove segreti e segrete sembra dominino la scena, altro non fa che inseguire la sua maledizione. E la disarmante non-lucidita’ di cio’ cha avviene sull’isola funge da ambientazione per l’ultimo film di Martin Scorsese. La storia per se’ non e’ incredibile, e il montaggio, specialmente per la prima parte del film, lascia perplessi. Ma e’ l’ambientazione il vero pezzo forte di questa pellicola.
Il regista non tiene tanto al paradosso, alle storie che echeggiano nella mente di Leonardo Di Caprio; non vuole farci riflettere sul problema della pazzia, non ambisce a procurarci empatia per tutti i personaggi imprigionati nel ventre di un sistema che non digerisce ne’ espelle. Scorsese vuole invece tenerci prigionieri di un mondo che gia’ dalle asperita’ degli scogli che circondano l’isola e’ carcere e carceriere allo stesso tempo. Nulla impedisce di allontarvicisi , ma una pressione, un’ossessione continua faranno si’ che il distacco sara’ proprio cio’ che non avverra’. Queste le sensazioni provate dal protagonista, questi i morbosi desideri provati dallo spettatore.
E il gioco riesce benissimo, essendo una esemplificazione del labirinto della mente umana, che non sa cio’ che realmente vuole –se non alla fine, in modo contraddittorio- e che pieno di contrasti non riesce a capire se cio’ che cerca e’ redenzione o vendetta.
Un ottimo film, probabilmente il migliore dell’ultimo periodo, diventa forse troppo esplicito nel finale, scalfendo un poco il profondo senso di oniricita’ che ci accompagna per tutta la durata della proiezione, come se il labirinto nel quali eravamo calati perdesse di significato rendendosi risolvibile.
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Mar 26, 2010

Il Profeta

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anno: 2009
genere: drammatico
regia: jacques audiard
attori: tahar rahim, niels arestrup
titolo originale: un prophète

voto: 4.5


Quando un film viene osannato dalla critica, riuscire a capirne i meriti e’ sempre un problema. Da un lato ci si sente in dovere di trovare lati positivi nella pellicola: i critici li hanno trovati. Dall’altro i lati negativi sembrano sfavillare in modo quasi piu’ eclatante che in tanti altri film dove l’aspettativa e’ minima. Il profeta e’ esempio perfetto di tale problema.
Ambientato quasi totalmente in un carcere francese, il ragazzo protagonista della pellicola si trova a dover conquistare la fiducia di chi comanda in tali microcosmi, per poi emanciparsi e, infine, forse, vendicarsi. Non e’ chiaro pero’ tale storia su quali aspetti voglia far leva. Il cambiamento del protagonista e’ solo in negativo, ma non in un negativo che possa essere assimilato a naufragio nell’odio, disperazione, o brutalita’. Non un naufragio con un senso, dunque. Questo lento sprofondare e’ molto piu’ banale, becero quasi. E’ un adattarsi per sopravvivenza. Purtroppo l’adattamento vince sul protagonista svuotandolo di qualunque caratteristica –umana o disumana, non e’ una questione di giusto o sbagliato- che possa essere di interesse o riflessione.
La superficialita’ sorniona, la violenza spensierata che ha giustamente fatto la fortuna di molti film e’ qui resa senza un minimo di riflessione, con personaggi che ragionano come si comporterebbero bulli minorenni in orfanotrofio. Qualunque tema d’interesse, da questioni razziali o di appartenenza, da temi etici o di giustizia, sembra voler prendere il volo senza mai riuscire in realta’ a decollare.
Un misto di azione e riflessione non rende chiara l’eventuale anti-catarsi che secondo il regista dovrebbe materializzarsi. La discesa agli Inferi e’ zoppicante e non motivata.
La visione e’ consigliata ai perbenisti che non distinguono il Milton dove realmente esiste, che pensano di trovarlo solo in ambienti ai margini della societa’, che non capiscono che una prigione non e’ sufficiente a spiegare l’evoluzione del Male.
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Mar 3, 2010

Tra le Nuvole


anno: 2009
genere: commedia, drammatico
regia: jason reitman
attori: george clooney, vera farmiga
titolo originale: up in the air

voto: 6

Il protagonista del film si occupa di licenziare personale per societa’ esterne, cercando di reindirizzare la loro carriera. Lavoro sicuramente controverso, ma solo marginale per cio’ che riguarda la trama del film.
Il tema principale e’ infatti il distaccarsi –voluto- dalla realta’, troppo complessa e fastidiosa, tanto difficile ad affrontarsi che il solo modo che il protagonista ha per accettarla e’ quello di trascorrere la maggior parte della propria vita in un ambiente che nulla a che vedere con il reale. Un ambiente asettico. Tra le nuvole, appunto. Tale luogo si trova nel cockpit di un aereo o nelle sale d’aspetto di un aeroporto o nelle hall di hotel nei quali si e’ solo di passaggio. E’ infatti la possibilita’ di vivere questa vita veloce che tiene acceso il protagonista, rifuggendo legami e situazioni che se sviluppati, minerebbero un superficiale ma privo di problemi status quo.
Il film scorre veloce, proponendo la solita catarsi che pero’ non porta ai risultati sperati. L’elogio alla famiglia e una dubbia trasformazione del protagonista rendono forse banale una situazione che si sarebbe potuta evolvere maggiormente nel dettaglio per cio’ che riguarda le motivazioni del personaggio principale. I dialoghi sono godibili e pieni di cinismo, ma abbastanza artificiali, e molto plateali, quasi per far discutere che per vera consecutio degli avvenimenti.
Jason Reitman tenta di sfruttare l’occupazione del protagonista per farci riflettere su uno stile di vita privo di significato, ma il legame e’ alquanto debole, se non superfluo. Alla fine si ha l’idea che due film separati siano stati fusi, ma che nessuno dei due sia stato sviluppato appieno.
La soluzione propostaci –la famiglia- non risulta essere convincente e tantomeno allettante. Un senso di tristezza pervade lo spettatore all’uscita del cinema: blanda consolazione se si e’ coniugati, blanda disperazione se si e’ devoti alla professione. Un eventuale mix deidue aspetti finirebbe nel tradimento. Depressione.
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Feb 26, 2010

Wolfman


anno: 2009
genere: horror
regia: joe johnston
attori: benicio del toro, anthony hopkins
titolo originale: the wolfman

voto: 5.5

La mitologia di vampiri e licantropi e’ ben definita e ognuna porta con se’ elementi interessanti. Per cio’ che riguarda i primi, il tema e’ il sangue, esteriormente elemento di sopravvivenza, ma nel profondo e’ connesso ai legami di sangue e alle faide familiari. Per cio’ che rigurda i licantropi il tema portante e’ invece la trasformazione da un punto di vista esteriore, trasformazione che rappresenta piu’ in profondita’ l’indissolubile legame dell’uomo con la natura (nurture o nature?) e il suo conflitto interiore tra atteggiamenti umani (divini) o animali (bestiali).
Queste due magiche figure sono spesso legate per un’ulteriore confronto tra leggi interne (Antigone) e leggi sociali (Creonte). Le possibili interpretazioni sono comunque molteplici.
Detto cio’, il problema di Wolfman e’ che si concentra sull’aspetto familiare, senza alcun tipo di filo logico, utilizzando come figura di riferimento unicamente il licantropo, tralasciando la dicotomia tipica del lupo mannaro sopra esposta. Ovviamente qualunque argomento puo’ essere reinterpretato, ma l’interpretazione deve essere veramente all’altezza, altrimenti il risultato pare illogico e immotivato.
Ma non e’ tutto da buttare: una ambientazione affascinante, una notevole cura per i dettagli e attori capaci con un Anthony Hopkins eccelso rendono alla fine il film godibile. Inspiegabilmente si e’ trasportati dentro un mondo nel quale e’ piacevole farsi cullare, ammaliare, spaventare. La sensazione finale e’ di delusione per il fatto che il significato del film non sia inerente a cio’ che e’ appena accaduto, e che il tema dell’umanita’/bestialita’ dei lupi mannari non sia stato sollevato, tantomeno toccato.
Sicuramente meglio di tanti film d’azione, uno sviluppo piu’ inerente avrebbe giovato al film.
La storia d’amore e’ ovviamente da dimenticare.
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